Cosa vuol parlare in pubblico?
Significa scavare all’interno di quello che vogliamo esprimere, 
affinché il messaggio possa arrivare a chi ci ascolta.
Gabriele Calindri

Gabriele Calindri


Leggere, Parlare in pubblico non significa semplicemente avere qualcosa da dire.

Possiamo conoscere perfettamente un argomento, averlo studiato, preparato, persino scritto parola per parola. Ma tra ciò che sappiamo e ciò che arriva davvero a chi ci ascolta esiste uno spazio.

Ed è proprio in quello spazio che, per me, comincia il public speaking.

Comunicare significa prima di tutto essere consapevoli di ciò che vogliamo trasmettere e del modo in cui lo stiamo facendo.

La voce racconta molto più delle parole che pronunciamo. Il respiro rivela il nostro stato. Una pausa può dare valore a un pensiero. Lo sguardo crea una relazione. Il corpo può sostenere quello che diciamo oppure contraddirlo.

Tutto accade contemporaneamente.

Per questo non credo che parlare bene significhi costruire una voce diversa dalla propria o imparare una serie di gesti da ripetere davanti a un pubblico.

Significa, al contrario, conoscere meglio gli strumenti che già possediamo e imparare a usarli con consapevolezza.

C’è poi un elemento che considero fondamentale: l’ascolto.

Quando parliamo sappiamo già cosa stiamo per dire. Chi ci ascolta, no.

Dobbiamo concedergli il tempo di seguirci, di comprendere, di accogliere un pensiero prima che ne arrivi un altro. È qui che ritmo, pause, intenzione e capacità di osservare chi abbiamo davanti diventano parte del nostro modo di comunicare.

Perché parlare in pubblico non è un esercizio rivolto verso noi stessi. È una relazione.

Tra ciò che pensiamo, ciò che esprimiamo e ciò che arriva dall’altra parte.

Ed è quando queste tre dimensioni cominciano a coincidere che le parole smettono semplicemente di essere pronunciate e iniziano davvero a comunicare.


Scopri i workshop di public speaking con Gabriele Calindri